martedì 27 giugno 2017 - 12:40
Ultime notizie

Chiese delle Pertiche/1: Livemmo – Sant’Andrea, la chiesa dei Morti di Barbaine

Barbaine - img 06IL SANTUARIO. Negli immensi, verdi spazi che si stagliano dinnanzi all’attonito sguardo del visitatore, sulla dominante altura a mezza distanza fra Belprato e Livemmo di Pertica Alta, sorge la chiesetta-santuario dei Morti di Barbaine. È luogo di pace, di silenzio, di testimonianze. Un popolo montanaro, ostile alle innovazioni, arroccato, non solo materialmente su luoghi irti ed aridi, ma anche su posizioni strutturalmente non portate al fluttuante cambiamento, perché strappate conquiste di lotta, di sudore, di sacrificio, ha lasciato le tracce culturali del suo passato umano, religioso, artistico. Gente povera, come il nudo rosso mattone che incornicia, senza superflui fronzoli, ma con cromatici effetti di rara semplicità, la facciata della sperduta cattedrale dei poveri, ha cavato le pietre, le ha sgrezzate, le ha combinate, una sull’altra, come note susseguenti di una ballata, rustica e illustre, per trame un edificio per Dio. La lode all’Essere supremo si è trasformata nel dono povero dei poveri, nei nudi materiali, nella sgrassata biancastra calce, nella disadorna pietra. Quella pietra che, scartata perché di sterile montagna, ma unita alla biancastra sgrassata calce, è diventata edificio, chiesa, cattedrale. Tale il santuario di Barbaine. La chiesa è fra le più conosciute della provincia ed accanto vi è stato eretto il monumento ai Caduti della Resistenza valsabbina. Già nel 1800 è ricordata come «antichissima chiesuola sorgente in luogo eminente, sorta sopra un sacello romano e che vuoisi essere il primo tempio della Val Pertica» (Strafforello). Lungo i secoli la costruzione attuale fu soggetta ad aggiunte e modifiche che non danneggiarono, però, la struttura originaria, in stile lombardo, della chiesa; tuttavia le pareti furono internamente rivestite di intonaco coprendo così gli affreschi. Alcuni, per lo più ex-voto, furono portati alla luce, altri irrimediabilmente persi. L’interno, ad una navata, aveva due altari dedicati alla Vergine e a S. Andrea. Nei primi tempi fu semplice cappella, poi chiesa soggetta alla pieve di S. Maria di Savallo di Mura, che estendeva la sua giurisdizione sul Savallese e sulle Pertiche. Prime notizie certe su Barbaine si desumono da una sentenza del 1384. Si confermavano alla chiesa i diritti che già precedentemente aveva acquisito nei confronti delle vicine comunità, che tentavano di rendersi indipendenti religiosamente ed economicamente. In particolare Noffo, Lavino e Navono dovevano dare alla chiesa una parte del macinato del mulino a due ruote di Fusio. Nel Catalogo Capitolare del 1410, aggiornato su una precedente registrazione censuaria del vescovo Berardo Maggi, Barbaine viene elencata come avente un reddito di cinque libbre e nel Catalogo Queriniano dei benefici del 1532 con reddito pari a 22 ducati annui, cifra che nel 1580, anno della visita di S. Carlo Borromeo, aveva raggiunto i 100 ducati. Anche gli Atti della visita pastorale del vescovo Bollani ricordano Barbaine; ad essa erano sottoposte le chiese di S. Antonio di Prato, di S. Marco di Livem-mo, di S. Bartolomeo di Avenone. Appena più tardi, nel 1574, D. Chri-stophoris Pilatus sancisce di fatto la perdita della titolarità di parrocchia alla chiesa, già nel 1491 lasciata, come sede, dal rettore D. Giacomo qm. Gene-sio de Solagiis de Monticalo, andato ad abitare presso la chiesa di S. Marco di Livemmo. Barbaine resta officiata nei soli giorni festivi, con l’abbandono dell’uso del fonte battesimale, del cimitero e del SS. Sacramento. Il vescovo Marino Giorgi, nel 1603, ne decreta definitivamente lo smembramento nelle parrocchie di Prato, di Avenone, di Livemmo. Le pesti, soprattutto quelle nel 1576 e del 1630, decimano la popolazione anche nella Pertica. Don Antonio Zambelli, rettore del 1704 di S. Andrea di Barbaine, narra che, nel 1630, Livemmo, a causa della peste, restò con sole 72 persone delle 692 prima dell’epidemia. Si scavano fosse comuni a Barbaine ed il luogo diventa assidua meta di venerazione di molteplici processioni delle parrocchie delle Pertiche. Ai morti di Barbaine si implorano grazie, si domandano favori, si intercede per tutte le necessità. L’ex-voto su tela, ancora conservato, rappresenta l’affluire, da più parti, di devote processioni per chiedere la pioggia, stante una lunga, micidiale siccità. La tradizione è rimasta sino ai nostri giorni. Dalle parole di una delibera della Vicinia di Levrange, riviviamo uno di quei momenti di devozione: «…Adì 11 agosto 1786 (seguono i nomi dei capifamiglia) Di più fu preso parte di concorrere alla Funcione da farsi procisionalmente alla chiesa di Barbaine e pregar con divotione li Morti col canto delli officii e messa solenne e predica…». Un rito, di derivazione pagana, fu in vigore per lungo tempo: le giovani spose, trasformando ed imitando i riti di Priapo, baciavano il chiavistello del portale della chiesa per ottenere la fecondità, e le ragazze per trovare entro l’anno il fidanzato. Il santuario, fino al 1985, risultava nell’abbandono e nell’incuria. Poi, sia per la collettiva presa di coscienza della sua straordinaria ricchezza storica, culturale e religiosa da parte della popolazione, ma soprattutto per il fattivo interessamento di un benefattore, il sig. Angelo Turrini, è stato subito messo in atto il restauro, esterno ed interno. L’impegnativo programma ha voluto prevedere il recupero dell’attuale santuario, risultato di una serie di successive trasformazioni e aggregazioni di strutture diverse, alcune abbastanza facilmente databili, altre, invece, non ancora chiaramente riferibili ad un’epoca precisa. Il delicato intervento ha ridato all’opera non solo un consolidamento conservativo, ma anche il mantenimento dell’uso dei materiali e dei procedimenti artistici tradizionali, soprattutto per quanto riguarda le coperture tipiche quali i coppi, i lignei soffitti, le pavimentazioni in cotto, la nuda pietra «a vista». Sono state così riprese e incentivate attività artigianali legate all’edilizia e tipiche della Valle Sabbia. Il pavimento in cotto è il prodotto artigianale di un antico procedimento manuale ancora in atto presso la fornace Morettini di Sabbio Chiese, unica rimasta nella zona a continuare una tale lavorazione. Allo stato attuale il complesso di Barbaine si presenta costituito dalla chiesa e da un edificio addossato, di ridotte dimensioni, ad uso d’abitazione. Pur risultando costruito in più periodi, presenta caratteristiche unitarie date dalla continuità nell’uso dei materiali e dalla prosecuzione di una tradizione costruttiva spontanea. La chiesa, ad unica navata, irregolare, coperta con tetto a capanna, affiancata da un campanile rimasto dopo le varie aggiunte all’interno, presenta alle pareti interessantissimi affreschi cinquecenteschi di carattere figurativo. I primi interventi di restauro sono stati rivolti alla scrostatura degli intonaci esterni e al consolidamento delle murature; sono state quindi rifatte in parte le coperture sia della chiesa che dell’ambiente laterale; si è provveduto a munire le finestre e le porte di chiusure adeguate; sono stati ricostruiti i solai dell’ambiente laterale, dal quale si è tratto un moderno ed attrezzato locale di ricovero; si è risolta la raccolta e la canalizzazione delle acque. Durante i lavori sono anche venute alla luce due porte murate, una che dalla chiesa portava verso la zona di abitazione, l’altra nella zona presbiterale e una ovale finestrella al termine del corridoio di ingresso alla sagrestia. Rifatti completamente i cornicioni, sono stati evidenziati i nudi rossi mattoni che ricamano, con rara semplicità, la facciata della sperduta chiesetta. Gli architravi in pietra, neri e martelli-nati, possenti nelle dimensioni, scoprono gli accessi principali e si stagliano, netti, sulla rinforzata muratura esterna, fra pietra e pietra. Adornano la parete laterale sud semplici monofore, ricordi dell’originaria struttura romanica, mentre il rosone definisce il nitido prevalere del grigio tufo sul vivo mattone. Barbaine fu certamente lungo i secoli scorsi centro di vita sociale, punto di aggregazione per le sperdute comunità delle Pertiche. È, oggi, simbolo religioso, di un devozionalismo certamente non profondo, ma radicato e genuino; spettacolare nella manifestazione di un tempo, pregnante di ricordi oggi, non ultimo quello legato alla Resistenza valligiana. Sulla nuova stradicciola, disegnata dai trapuntati ciottoli di fiume, fra il verdognolo colore dell’erba millefiori dei contorni, tu, moderno pellegrino, ci puoi giungere, estasiato dal miracolo della natura e dell’uomo. L’incanto magico del luogo e la rinnovata cura restauratrice della mente e della mano ti offriranno una immediata sensazione di stupore. Entra nel tempio dei tuoi padri, che la sollecita cura ha mantenuto, luminosamente romanico, timidamente goticheggiante, ricco di affrescati ricordi. Esponi le tue angustie umane. Questo è luogo di pace. Così la «memoria» lo vuoi ricordare.
 
L’ESTERNO. II santuario sorge nel suggestivo paesaggio che la naturalistica tavolozza di Edoardo Togni ha saputo portare a celebrazione e a sublimazione. La chiesa è ad aula unica, realizzata con il sistema ad arco diaframma in stile gotico, in pietra locale. La facciata è composta sopra un impianto ancora romanico, «ad quadratura», con piccolo oculo circolare strombato sopra un portale in grigio monolito di notevoli proporzioni a guisa di antichissima porta te-bana dei leoni. La parete sud è ornata di alcune bellissime monofore romani che strombate, tipiche delle più vetuste architetture di valle. L’uso del vivo mattone obliquo si ritrova in diffusi esempi di architettura gotiche degli ultimi anni del Quattrocento, soprattutto nel territorio bresciano. Così pure il coreografico motivo in laterizio del cornicione di facciata.
 
L’INTERNO. L’interno del tempio, ad unica navata, presenta oltre ad un arco a tutto sesto, ancora appartenente alle forme roma-niche originarie, tra l’area presbiteriale e quella assembleare, anche arconi ogivali che ne costituiscono la coreografia e nello stesso tempo la nervatura. Tra il Seicento e il Settecento venne alzata, sopra il coro, una copertura a crociera, tolta negli anni sessanta. Il coro, in noce intagliata, è stato rimesso a nuovo, pur nella semplicità dei pochi elementi originari rimasti. La lignea cornice, che racchiudeva la secentesca pala trafugata in epoca recente, è attribuibile nelle forme barocche e nel caratteristico risvolto artistico all’arte dei Boscaì di Levrange. Ora il dipinto centrale è rappresentato da una pala modernamente cromatica, che vuole, con apprezzabile intento neo-figurativo, riprodurre Madonna e Santi nella posa del precedente quadro. È opera del pittore statunitense Woodron Robarge ed è dono a Barbaine da parte dei parrocchiani di Nevato (California), in occasione dell’inaugurazione dei restauri: 28 giugno 1987.
 
GLI AFFRESCHI. Le testimonianze pittoriche appartengono a diverse fasi, chiaramente leggibili. L’affresco, maggiormente composito e stilisticamente pregevole, è senz’altro la Crocifissione con santi e oranti, definito, da alcuni, artisticamente vicino al Maestro di Nave. Risulta, però, senz’altro difficoltoso il ricercare, attraverso i depauperati archivi storici locali, il nome dell’autore di tale raffigurazione pittorica, drammaticamente protesa a suscitare nei fedeli la «pietas» religiosa e a riaffermare il rigoroso assunto trinitario di Dio. Da notare la presenza di S. Andrea, con la caratteristica croce e, il primo, da destra, S. Antonio abate, santi i cui culti erano (e lo sono tuttora) particolarmente presenti nella Pertica. Il recente restauro (1985-87) è riuscito a riproporre nei pacati toni originari la maestosa ieraticità della Trinità, la composta presenza dei santi, la devota pre-ce dei fedeli. La serie di affreschi intorno alla nicchia, che un tempo racchiudeva l’altare della Madonna, appartiene a diversi momenti figurativi e a collaborazioni di più mani. L’ex-voto, come commissione di devoti che hanno ricevuto specialissimi segni dall’alto, non è di per sé legato a cicli pittorici, ma diventa espressione particolare del momento di grazia ricevuto. Prevalgono i valori cromatici fondamentali, in un linguaggio tardo gotico che man mano s’incammina in un timido gusto rinascimentale. Nel fronte interno dell’arcone ogivale che fa da contrafforte alla stessa nicchia, finissima nei lineamenti, ipostaticamente dolce la figura di Cristo, Redentore del Genere Umano. Nella plastica bellezza delle forme la presenza di nuovi influssi artistici, di raffinato gusto, di positiva evoluzione formale. Affresco cinquecentesco raffigurante S. Lucia (lato sinistro della navata, qui a sinistra). Un documento interessante circa la presenza nella chiesa dei Morti di Barbaine di un altare dedicato alla vergine siciliana ci viene offerto dal frammento ligneo ili un confessionale che riporta la seguente scritta: «1753 (…) Nel medesimo è stata fabbricata la cappella di S. Lucia di Barbaine; essendo stata distrutta la antica che era contigua al Campanile come angusta ed incomoda, quale era stata eretta l’anno 1420. Nello stesso tempo è stata risi orata la sua facciata tutto a forza di oblazioni fatte dai parrocchiani e da esteri divoti di que Defunti colà in quella chiesa ed in quel cimitero sepolti dalla primitiva chiesa della Pertica fino al secolo Decimo sesto e più. Veramente sono tali e lante le grazie che Dio fa a chi ricorre a quei morti che con ragione costante ed universale si mantiene la Divozione e la fiduzia alii medesimi. 1753: Carlo Zanardelli Rettore ho scritto». S. Lorenzo, con i paramenti diaconali e il vangelo, testimonianza di vita e di morte (qui sotto). Il culto legato a questo santo, la cui raffigurazione pittorica è estesa in tutta la valle, è fatto risalire alla primitiva organizzazione parrocchiale, sui cardini delle pievi matrici, da cui deriveranno, per contingenze logistiche e giuridiche, le varie filiali, in particolare le chiese diaconali, dedicate in genere a S. Stefano e allo stesso S. Lorenzo. Queste chiese, costruite per una consuetudine tratta dal tipo di organizzazione romana che prevedeva la «statio» o «mansio» per le soste necessarie nell’ambito degli scambi commerciali e della viabilità in genere, diventavano religiosi centri assistenziali per viandanti e pellegrini. Assumevano particolare importanza sui monti e nelle valli: S. Lorenzo dì Alone, di Presegno e di Ono Degno, S. Stefano di Nozza. Ogni pieve ne aveva una o più, sparsa sul suo territorio; ed erano lauto più numerose, quanto più esso era vasto ed impervio. Le diaconie erano dedicate quasi sempre ad uno dei due santi citati. Il permanere di questa iconografia la dice lunga sulle più antiche chiese, stabilite nei luoghi più lontani dalla pieve, e ordinariamente sulle vie di comunicazione e di passaggio più frequente. Barbaine, riportando un esempio di questa immagine pittorica, ne avvalla l’antica origine e il sentito culto. Il santo-bambino (qui a sinistra). Singolare è l’ex-voto raffigurante l’episodio di antisemitismo del presunto martirio del beato Simonino, «quel prode fanciullo dalla diabolica rabbia degli Ebrei in Trento con mille pugnalate, in odio solo della cattolica fede, trafitto». L’affresco, della prima metà del ‘500 (perché la data del presunto martirio è del 1475), riporta nei temi e nei toni la vicenda d’intellettualistica e fantastica costruzione. Gli ancor «perfidi» ebrei, marchiati pittoricamente con il cerchio della emarginazione politico-culturale-religiosa, appaiono, seppur statici nei movimenti, dinamicamente efficaci negli sguardi persecutori, nei cromatici effetti di rara crudeltà. Al centro il nuovo Sacrificale Agnello, prefigurazione e simbolo del Cristo, immolato dalla stessa stirpe, resa abominevole da un tutt”altro che amore cristiano. Il quadro di Barbaine prorompe in una carica emotiva tutta simile all’evento .scatenato nell’ambiente cattolicissimo delle valli trentine e bresciane. I ,a stessa tipologia di affresco la si ritrova a Cerveno nell’ex-cappella del Disciplini, adiacente alla chiesa parrocchiale, ed a Malegno di Valle Camonica, dove, sulla facciata nord della vecchia chiesa di S. Andrea, la storia di Simonino è narrata in quattro scene, la terza delle quali è somigliante sia a quella di Cervello che di Barbaine. I santi vescovi di Brescia: S. Filastrio e S. Apollonio (qui sotto). Uno studio comparato, dove i santi appaiono negli stessi accostamenti (ad esempio a Tavernole in S. Filastrio), individua le due vetuste figure nei santi sopracitati. Bizantine nell’espressione, riflusso di una ricercata cultura figurativa arcaica, esprimono statica imponenza e presbiterale saggezza. La dovizia del ricamo del margine superiore, le snelle loggette, la simmetrica precisione degli elementi, specularmente ripresi, testimoniano antiche forme figurative, specularmente ripresi, testimoniano antiche forme figurative, precedenti senz’altro alle altre. Pacata  arcaicità di vedute su un mondo in continuo divenire.
Giuseppe Biati

About Associazione «Riflessi di Luce»

Associazione «Riflessi di Luce»
L’ Associazione «Riflessi di Luce», nata da un’idea di Daniele Meschini, disabile visivo, opera da sempre senza fini di lucro allo scopo di promuovere la solidarietà, l’ascolto e l’accoglienza di tutti i soggetti generalmente denominati “i diversi”. Organizza spettacoli, mostre, dibattiti, confronti aperti al pubblico su tematiche inerenti la diversità. Ci occupiamo anche di notizie di carattere generale del passato e del presente che riguardano (anche marginalmente) Pertica Alta e Pertica Bassa. Siamo on-line dal 21 giugno 2012

Inserisci un commento

Scroll To Top